Nelle crepe di un volto di Munch, la solitudine urla muta contro il cielo arancione, lo stesso grido che riecheggia nei vuoti di Hopper dove una donna è sola alla finestra, con la tazza sospesa, mentre la città ronza indifferente oltre il vetro. Giotto la dipingeva come un esilio nel deserto, la solitudine, un Cristo tra le rocce, mani tese al nulla, mentre Van Gogh la seminava, come fosse grano, nei campi gialli di Arles, tra girasoli appassiti che chinano il capo sotto stelle vorticose, e Kandinskij le attribuiva addirittura un colore. Perché la solitudine nell’arte non è mai davvero solitudine, ma un filo prezioso che intreccia le anime